Adesso non si tratta più di esibire i corpi, ma di disciplinarli: di riportarli a una disciplina del lavoro priva, però, delle compensazioni espansive - diritti, garanzie, sicurezza - dei decenni d’oro del fordismo, e corredata dalla precarietà disperata del postfordismo. Non si tratta più di titillare i desideri, ma di reprimerli. Non si tratta più di nascondere l’invecchiamento col botox, ma di usarlo per fare cassa. Non si tratta più di prolungare l’adolescenza, ma di allarmarla per il suo futuro. E non si tratta più di deresponsabilizzare l’età adulta, ma di colpevolizzarla.
Come? Con il recitativo del debito: tutti indebitati, tutti colpevoli. E tutti disposti a espiare. Un libro di Maurizio Lazzaratto anticipato sull’ultimo Alfabeta spiega egregiamente questa svolta dell’etica neoliberale che si compie all’ombra della crisi del debito sovrano, e che come al solito nel “laboratorio italiano” si vede meglio che altrove. Eravamo tutti imprenditori di noi stessi ricchi di chance al tempo del Cavaliere, siamo diventati tutti debitori carichi di colpe al tempo di Monti. Il debito funziona così, sparge (to spread in inglese, sarà un caso?) su tutti la responsabilità di alcuni.
Dei quali “alcuni” non si parla: se siamo nei guai fino al collo è di certo per via degli oneri del lavoro dipendente e del welfare, forse per i privilegi di qualche «casta» data in pasto al populismo, ma i profitti sono senza macchia e la finanza senza peccato. E comunque, i nostri ministri ce lo dicono ogni giorno, per questi dossier c’è tempo; per le pensioni no.
Aspettiamo fiduciosi. Ma allontanando da noi la penitenza che non ci spetta per un godimento che non è stato il nostro. Di tutto c’è bisogno, fuori che di un senso di colpa che si solidifichi in consenso.
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