«Tanti auguri ai fabbricanti di regali pagani! Tanti auguri ai carismatici industriali che producono strenne tutte uguali!
Tanti auguri a chi morirà di rabbia negli ingorghi del traffico e magari cristianamente insulterà o accoltellerà chi abbia osato sorpassarlo o abbia osato dare una botta sul didietro della sua santa Seicento!
Tanti auguri a chi crederà sul serio che l’orgasmo che l’agiterà - l’ansia di essere presente, di non mancare al rito, di non essere pari al suo dovere di consumatore - sia segno di festa e di gioia!
Gli auguri veri voglio farli a quelli che sono in carcere, qualunque cosa abbiano fatto (eccettuati i soliti fascisti, quei pochi che ci sono); è vero che ci sono in libertà tanti disgraziati cioè tanti che hanno bisogno di auguri veri tutto l’anno (tutti noi, in fondo, perché siamo proprio delle povere creature brancolanti, con tutta la nostra sicurezza e il nostro sorriso presuntuoso).
Ma scelgo i carcerati per ragioni polemiche, oltre che per una certa simpatia naturale dovuta al fatto che, sapendolo o non sapendolo, volendolo o non volendolo, essi restano gli unici veri contestatori della società. Sono tutti appartenenti alla classe dominata, e i loro giudici sono tutti appartenenti alla classe dominante».
Risposta a una lettera sull’uomo medio - Pier Paolo Pasolini
Il non aver saputo prendere con spirito la frase, “nello squallido e torbido ambiente degli uomini medi maturano eccetera”, e anzi, aver ritorto contro di me la frase contro cui io polemizzavo, perché razzistica, dimostra che lei è un uomo medio proprio nella sua accezione peggiore, fondato cioè su quell’ideologia per definizione avversa sia alla religione sia alla ragione, che è il “buon senso”. Perché non va a leggersi quelle pagine contro il “buon senso” che ha scritto Kant, uomo su cui lei non può avere i degradanti sospetti che ha su di me? Nota: coloro che usano l’espressione “squallido o torbido ambiente dove maturano eccetera”, (espressione contro cui io ho fatto della dolorosa ironia nella mia pagina sull’uomo medio) si macchiano di una infinità di colpe, che in pieno neocapitalismo è poco definire tribali. Ne faccio un nudo e incompleto elenco.
1) Sono razzisti. Infatti essi si distinguono, direi, teologicamente, o meglio, antropologicamente, dai soggetti di cui si abbassano, costretti dalla necessità, a parlare: prostitute, omosessuali, ladri, truffatori eccetera. Costoro vengono distaccati, “separati” dalla coscienza e chiusi nel ghetto, appunto “dello squallido e torbido ambiente”.
2) Sono ricattatori. Infatti essi tappano la bocca a presunti appartenenti a quel ghetto, mettendoli a tacere attraverso l’allusione alle loro colpe che l’uomo medio condanna, e per cui essi non hanno diritto di cittadinanza nella società. Fanno, al livello borghese dell’indignazione morale (anche sincera!) ciò che un piccolo ricattatore può fare a una prostituta che ha un figlio, a un omosessuale che ha una madre o un impiego eccetera.
3) Sono ignoranti. Infatti essi ignorano tutto ciò che di scientifico (mettiamo sul piano più elementare, Freud) è stato scritto su coloro che essi relegano nello squallido ghetto, senz’altra spiegazione che una cieca ripugnanza fisica, un panico, un principio irremovibile: tutte cose perfettamente stupide appunto perché irrazionali e prive di ogni motivazione scientifica.
4) Sono primitivi. Infatti essi negli abitanti coatti dei loro ghetti vedono arcaicamente dei “capri espiatori”, sulle cui spalle riversare le colpe di tutta la società. Nelle giornate più drammatiche del caso di Viareggio, per esempio, pareva che le colpe dei lager, della diga di Longarone o della guerra del Vietnam cadessero tutte sulle spalle di quattro poveri invertiti - ricattati e martirizzati -privi di ogni potere, e impossibilitati, da ricatto, privato e pubblico, ad avere una normale vita e a fare una normale carriera.
5) Sono dei sanguinari. Infatti i “capri espiatori” si ammazzano. Ed essi, additando ai loro pari e alle autorità, direttamente o indirettamente, gli “squallidi e torbidi individui” così come essi li definiscono e li vogliono, ne fanno implicitamente (e talvolta esplicitamente) dei soggetti da linciaggio.
Ho calcato un po’ le tinte. Ma le cose stanno sostanzialmente così.
Lied
Sotto i pioppi una vecchina
si muove nell’ultima luce,
lontana dal paese,
a raccogliere sterpi.
Che Domenica tranquilla!
L’alba la vedrà,
piegata con quella fascina,
sul suo sperduto fuocherello:
ultimi giorni incantati
di un vivere sconosciuto.
L'alba meridionale - Pier Paolo Pasolini
L’alba meridionale
Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
del capitale, l’epifenomeno (infimo)
dell’avanguardia. La polizia tributaria
(quasi accertamento filosofico
sugli incartamenti di un poeta)
fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
contaminati da carità, dolenti
di inspiegabili consunzioni, e pieni
di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:
però con mia gongolante leggerezza perché qua,
non c’è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
Torno, e trovo milioni di uomini occupati
soltanto a vivere come barbari discesi
da poco su una terra felice, estranei
ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia
della Preistoria che a tutto ciò darà senso,
riprendo a Roma le mie abitudini
di bestia ferita, che guarda negli occhi,
godendo del morire, i suoi feritori…
I personaggi ‘che vedono’ da Petrolio di Pier Paolo Pasolini
È strano che i veri e propri ‘fatti’ di questo racconto comincino ad essere, come dire, organizzati, vissuti, da personaggi immaginari. Ma, come si potrà capire meglio in seguito, non poteva essere fatalmente che così. Il lettore è dunque libero di immaginare ‘dove’ tali personaggi si riuniscono. Siamo naturalmente a Roma, la Roma della Fine degli Anni Cinquanta. Per la verità la mia totale inesperienza di ogni ambiente che si collochi nello spazio del potere, impedisce addirittura a me stesso di immaginare la strada, l’edificio, l’appartamento dove la riunione - così importante per il destino del mio protagonista - si svolga. Mi è difficile immaginare anche i tipi fisici dei personaggi che si radunano, discutono il caso di Carlo ecc. E non per civetteria. (Ma il lettore non si fidi di me.) Vero è che una certa qual pigrizia mentale mi suggerisce l’immagine - visionaria per detrazione di realtà - di una casa ai Parioli non lontana da quella affittata dal giovane Carlo. E, inoltre, l’immagine goffa, dura, vagamente popolare - sia pure sotto le spoglie anche troppo rigidamente borghesi e perbene - dei nostri personaggi in ombra. Immagino anche un certo loro linguaggio gergale, il loro parlare d’altro (ma sempre con spirito strettamente economico, se si eccettuano gli excursus insignificanti, di carattere meridionale e forense). Per me una persona che sia dentro un certo giro del potere (quando non si tratti di una dittatura, perché allora tutto è più semplice) non può essere del resto che un’apparizione.
I nostri personaggi ‘immaginar!’ si radunano dunque - questo è il succo - nell’appartamento del più autorevole di loro (non un uomo ufficiale, ma, per così dire, un capo-sicario). Oggetto del loro interesse è Carlo. Ciò che viene deciso è di seguire Carlo, di sorvegliarlo e di tener nota di tutto ciò che egli fa. Incaricato di questa delicata missione è un giovane catecumeno ai suoi primi lavori, benché già di fiducia (picciotto, picciotto d’onore). Non c’è dubbio che egli svolgerà il suo compito con scrupolo e anche con passione. È un giovane sui trent’anni, con la nuca oblunga, i capelli fitti corti e neri, il viso molto bruno, quasi arabo, un profilo numismatico, sensuale, quasi da adolescente: sennonché, come succede per esempio in certi poliziotti, l’ingenuità popolare, la fisicità prorompente, è come spenta e xxx da una specie di grigiore ascetico.
Tutto ciò che Carlo farà sarà ‘come visto’ da questo sicario che non giudica. Ciò che io dirò in proposito altro non è che il succo della relazione orale - e perciò parzialmente dialettale - che ne farà in proposito questo Pasquale (così egli - comicamente - si chiama).
Redazione di ‘Officina’.
Da sinistra Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Angelo Romanò, Gianni Scalia e Franco Fortini
Pier Paolo Pasolini con Francesco Leonetti, Roberto Roversi e Paolo Volponi
Pasolini e Totò
Alla mia nazione - Pier Paolo Pasolini
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.




