Estratto dall’introduzione di Erri De Luca a Barbara Balzerani - Perché io, perché non tu
A te è toccata la malora penale, fino all’ultima sillaba di decenni insaccati dentro recinti di sbarre. Tu hai pagato tutto il conto e il compito di stare tra i centimetri per la durata di cinque olimpiadi. In questo paese di insolventi, di chi si può permettere l’acquisto dell’impunità, tu e alcuni dei tuoi avete saldato con il vostro corpo il debito penale di una generazione. Da qualche parte ho scritto: qualcuno in una cella e in un esilio sconta il novecento anche per me. Mi riferivo a te e ai tuoi compagni.
A te ho cantato la mia ballata per una prigioniera e poi l’ho ricantata cento volte su e giù per teatri, a te ho girato tutti gli applausi raccolti. A te ho telefonato in una notte di maggio dentro Belgrado sotto il più violento acquazzone di bombe piovute dall’ovest, incluso il nostro paese ridotto a tappetino e pista di decollo per bombardieri di città vicine. Bombardare una città è l’atto di terrorismo per eccellenza: vuole terrorizzare e distruggere il maggior numero di vite inermi. Il terrorismo comincia a Guernica nel 1937 e continua ovunque un bombardiere, un missile abbia per bersaglio una città. Terrorismo furono i bombardamenti di dieci anni fa su Belgrado e gli altri centri abitati della Jugoslavia. Tutto il resto che viene spacciato sotto il nome spauracchio di terrorismo, a confronto, è una sfumatura. Così si è chiuso il nostro secolo enorme, quale ubriaco ha scritto che fu breve? Il nostro 1900 è stato il più largo campo di azione della storia umana. Noi che invecchiamo in un’altra centuria la consideriamo un tempo supplementare, una prolunga del secolo nostro. Sfoglio le tue storie, riconosco la tua voce sottile che non ha permesso a nessuna reclusione di toglierle il diritto di parola.
Erri De Luca da http://www.radiciafiordipelle.it/2011/11/prefazione-a-barbara-balzerani-perche-io-perche-non-tu-di-erri-de-luca/
Non ho mai avuto intimità col fondo, con quelli che s’immergano con i fucili. Nicola mi ha trasmesso il rispetto per il fondo. Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo. Le nostre reti, coffe, nasse, sono una domanda. La risposta non dipende da noi, dai pescatori. Chi va sotto a prendersela con le sue mani la risposta, fa il prepotente col mare. A noi spetta solo la superficie, quello che ci sta sotto è roba sua, vita sua. Noi bussiamo alla soglia, al pelo dell’acqua, non dobbiamo entrare in casa da padroni
Erri De Luca - Tu, mio
Ballata per una prigioniera di Erri De Luca
Era pericoloso
lasciarle mani franche
senza ferri avvitati intorno ai polsi
quando rivide spazio, alberi, strade,
al cimitero dove
portavano suo padre.
Dieci anni già scontati,
ma contarli non serve,
l’ergastolo non scade,
più vivi più ci resti.
Era pericoloso
permetterle gli abbracci,
e da regolamento
è escluso ogni contatto.
Era pericoloso
il lutto dei parenti,
di fronte al padre morto
potevano tentare
chissà di liberare
la figlia irrigidita,
solo per pareggiare
la morte con la vita.
Spettacolo mancato
la guerriera in singhiozzi,
ma chi è legato ai polsi
non può sciogliere gli occhi.
Per affacciarsi, lacrime e sorrisi,
debbono avere un pò di intimità
perchè sono selvatici, non sanno
nascere in cattività.
«Non si è più stati insieme,vero,babbo?
Prima la lotta,gli anni clandestini,
neppure una telefonata per Natale,
poi il carcere speciale, la tua faccia
rivista dietro il vetro divisorio,
intimidita prima, poi spavalda
e con una scrollata delle spalle
dicevi: ”muri, vetri, sbarre, guardie,
non bastano a staccarci,
io sto dalla tua parte
anche senza toccarti,
anzi, guarda che faccio,
metto le mani in tasca”
Porta pazienza babbo, anche stavolta
non posso accarezzarti
tra i miei guardiani e i ferri.
Però grazie: di avermi fatto uscire
stamattina, di un gruzzolo di ore
di pena da scontare all’aria aperta».
Ora la puoi incontrare
la sera quando torna
a via Bartolo Longo,
prigione di Rebibbia
domicilio dei vinti
di una guerra finita,
residenza perpetua
degli sconfitti a vita.
Attravesa la strada, non si gira,
compagna Luna, antica prigioniera
che s’arrende alle sbarre della sera.
“Se avete fame, guardate lontano”, Erri De Luca
A squadernare luci strepitose in cime al cielo
serviva a questo il vento
che mi curvava sulla cresta di vetta,
a strofinare il buio, spiccicare scintille.
Stordito di salita sopra croste di ghiaccio
conto più stelle in aria che lenticchie nel piatto,
con il cucchiaio le raschio, spariscono dal cielo.
Volti - Erri De Luca
Chi ha steso braccia al largo
battendo le pinne dei piedi
gli occhi assorti nel buio del respiro,
chi si è immerso nel fondo di pupilla
di una cernia intanata
dimenticando l’aria, chi ha legato
all’albero una tela e ha combinato
la rotta e la deriva, chi ha remato
in piedi a legni lunghi: questi sanno
che le acque hanno volti.
E sopra i volti affiorano
burrasche, bonacce, correnti
e il salto dei pesci che sognano il volo.
Elogio dei piedi di Erri De Luca interpretata da Gianmaria Testa
Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.
Doni di Erri De Luca
Il dono è un gentile atto di presunzione. Invade lo spazio altrui con la pretesa: sono tuo. Che sia utile o no, esige che uno si occupi di lui. Ci sono persone che non sanno ricevere un dono, tra queste anch’io. Il mio grazie è anemico, meccanico. Mi piace però il gesto di porgere il regalo, il moto di premura, bello come quello di restare in ascolto di una persona. Di mio preferisco regalare vino, che è un modo di essere ricordato brevemente, a sorsi.
Non me la sento di fare il pedante rimprovero al Natale ridotto a merci in faccia. Ho smesso di occuparmene da quando la morte di mio padre è stata un “rompete le righe”. Però fu bello per un bambino di Napoli avere in casa per un mese un legno resinoso che dava allegria di boschi. L’abete sacrificale abbattuto sui monti e addobbato a palline era la natura scesa a renderci migliori col suo odore di cieli aperti e nevi. Gesù bambino era un legno tagliato e venduto per strada.
In fine per me la scrittura è un dono, che mi faccio a prezzi modici. Che possa esserlo anche per lo sconosciuto che legge, resta per me una sorpresa, mai potrò abituarmi. È uno di quegli scambi, incontri di fortuna, improvvisati, a distanza, come versare vino in un bicchiere lontano.
Da Erri De Luca, Alzaia
Natale - Erri De Luca
Nascerà in una stiva tra viaggiatori clandestini.
Lo scalderà il vapore della sala macchine.
Lo cullerà il rollio del mare di traverso.
Sua madre imbarcata per tentare uno scampo o una
fortuna,
suo padre l’angelo di un’ora,
molte paternità bastano a questo.
In terraferma l’avrebbero deposto
nel cassonetto di nettezza urbana.
Staccheranno coi denti la corda d’ombelico.
Lo getteranno al mare, alla misericordia.
Possiamo dargli solo i mesi di grembo, dicono le madri.
Lo possiamo aspettare, abbracciare no.
Nascere è solo un fiato d’aria guasta. Non c’è mondo
per lui.
Niente della sua vita è una parabola.
Nessun martello di falegname gli batterà le ore dell’infanzia,
poi i chiodi nella carne.
Io non mi chiamo Maria, ma questi figli miei
che non hanno portato manco un vestito e un nome
i marinai li chiamano Gesù.
Perché nascono in viaggio, senza arrivo.
Nasce nelle stive dei clandestini,
resta meno di un’ora di dicembre.
Dura di più il percorso dei Magi e dei contrabbandieri.
Nasce in mezzo a una strage di bambini.
Nasce per tradizione, per necessità,
con la stessa pazienza anniversaria.
Però non sopravvive più, non vuole.
Perché vivere ha già vissuto, e dire ha detto.
Non può togliere o aggiungere una spina ai rovi delle
tempie.
Sta con quelli che vivono il tempo di nascere.
Va con quelli che durano un’ora.
Erri De Luca - Opera sull’acqua - Einaudi
Incipit di ‘In alto a sinistra’ di Erri De Luca
Per un breve periodo scolastico evitai ogni contatto con la fisica. Non avevo ancora le obiezioni di adesso, non chiedevo di lasciare in pace l’atomo, che secondo il suo intento originale voleva essere indivisibile. La parola che Democrito inaugurò era un invito a rispettare un limite. La fisica del secolo invece si è accanita nello smontaggio: sottoterra i suoi edifici a cerchio affannano la materia, frantumano il suo pulviscolo elettromagnetico. Da ragazzo non pensavo a questo, ma all’affannoso mucchio di nuovi simboli, segnetti, iniziali e a tutto l’alfabeto macchinoso che ogni nuova disciplina porta con sé, fiera di essere illeggibile.
Ero stufo di simboli. Perciò nei giorni di fisica provavo inutilmente a convincere un compagno di classe a partirsene a zonzo e poi ci andavo da solo.
Prendere alle otto e mezzo un autobus e andare lontano dalla scuola: come assaggiare sangue, una libertà feroce, da braccato. Provavo repulsione per la calca fisica che avevo intorno. Ero in una città del Sud che impastava il salmastro del mare con il fiato affumicato delle raffinerie, dei motori e con l’anima santa del caffè, amico delle mosche. Tutte le mucose del corpo erano a contagio. L’intercapedine tra una persona e l’altra era una poltiglia d’aria, come quella del creatore che mescolò alla polvere la sua bava benedetta di ragno filatore. Avevo una smorfia perpetua sulla faccia, un ictus di disgusto che raggrinziva a muso i centimetri frontali che dovevano esprimere il carattere. La città era un anello al naso. Avevo una cartilagine sensibile come un’ulcera. Il polline della paretaria in primavera mi tramortiva, in cambio il collasso della mucosa procurava tregua. L’olfatto era il mio senso sociale e io ero ricco nel posto sbagliato. Nell’autobus della fuga da scuola respiravo il meno possibile, esperto di apnea all’aria aperta come un pesce.
Non tiravo a sorte sulla direzione da prendere, andavo sempre allo zoo. Apriva alle nove, ero già lì, qualunque tempo fosse. Il custode in uniforme mi rimproverava, minacciando di farmi accompagnare a casa dai vigili urbani. In quegli anni, in mezzo ai sessanta del secolo, ogni bidello aveva una divisa e si sentiva membro di un ordine e titolare di un potere. Un ragazzo che scansava la scuòla commetteva un reato. Se davvero non procedeva contro di me era per pigrizia, non per mancanza di arbitrio. Affrontavo le sue minacce tacendo, aspettando che mi restituisse il biglietto, senza aria di sfida o di insofferenza, rassegnato al peggio che era sempre sospeso. Infine entravo, oltrepassavo il cancello che separava dalla città. Allora il naso rilasciava i suoi nervi contratti, riprendevo un respiro regolare e la faccia rompeva le righe irrigidite dei lineamenti. Non avevo più schifo di niente in quel perimetro. Ero finalmente libero. Chi ha della libertà un’idea di luogo sconfinato, sa una cosa diversa dalla mia. Libertà era stare in un giardino chiuso, o in un’isola d’estate: rasentare reclusioni.
Zingari di Erri De Luca
“II metodo più semplice è quello di agganciare a ogni convoglio [di ebrei] qualche vagone di zingari.” Così scrive nel 1939 il criminale nazista Adolf Eichmann, incaricato delle deportazioni. I tedeschi sterminarono sistematicamente anche gli zingari, nell’ordine di mezzo milione di vite, nel territorio europeo occupato. La studiosa torinese Giovanna Boursier ha ricostruito in un recente lavoro la sventura delle leggi, delle retate, delle deportazioni a Treblinka e ad Auschwitz-Birkenau, dove in una sezione di baracche ne furono rinchiusi oltre ventimila. E l’ultima notte di luglio del 1944 i residui quattromila zingari del campo vengono spinti nei cameroni dell’asfissia.
Quando si parla di razza si introduce sempre un criterio zoologico in politica. Alcuni scienziati nazisti, per esempio una tal Eva Justin, pretesero perfino di individuare in linea teorica nel sangue zingaro un gene del nomadismo. Gli scienziati sanno essere docili utensili di qualunque regime, come ogni altra professione. A sterminio compiuto, negli anni del dopoguerra agli zingari venne negato lo statuto di vittima razziale, riducendo la loro strage a un problema di ordine pubblico, di prevenzione della criminalità. Uno sterminio precauzionale: o un concetto adeguato a chi l’ha commesso, ma inconcepibile nel dopoguerra. Solo se lo si inquadra nell’economia dei danni di guerra e dei risarcimenti, si può capire perché la Germania federale, a scopo di risparmio, escluse gli zingari dai diritti di vittime.
La frase di Eichmann aggancia il destino degli zingari in fondo al treno delle stragi. Non solo hanno abitato ai margini delle nostre città, ma anche da vittime sono restate ai bordi della nostra magra misericordia.
Da Erri De Luca - Alzaia - Edizioni Feltrinelli
Value by Erri De Luca
Considero value all life, snow, strawberry, fly.
Consider the value of the mineral kingdom, the assembly of stars.
Considero value wine until ‘last meal, an involuntary smile, the fatigue of those who do not and’ spare, old men who love one another.
Consider what value tomorrow Varra not ‘most’ anything, and what today is still little.
Considero value all wounds.
Considero value save water, fix a pair of shoes, silent time, a rush to cry, ask permission before you sit down,
try thanks without remembering that.
Considero value to know in a room Where is’ the north, what ‘the name of the wind is drying the laundry.
Consider the value of travel vagabond, the enclosure of the nun,
the patience of the offender, any fault is.
Consider the use value of the word love and the hypothesis that there is a creator.
Many of these values I have not known.
Tranlation from http://www.daninviaggio.it/eng/poesiealtrui.php
Valore, di Erri De Luca
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finche’ dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si e’ risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varra’ piu’ niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’e’ il nord, qual e’ il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.